Ivan Schmidt, il “maestro” dei cani aggressivi

Scritto da il 11 Gennaio 2022

Ivan Schmidt, dog trainer professional, racconta ai nostri microfoni il suo percorso professionale, l’importanza della comunicazione tra cane e proprietario, e la gestione dei cani con aggressività.

Qual è il tuo background professionale?

Il grosso del mio lavoro sono i recuperi comportamentali, quindi educazione di cani aggressivi e cani impegnativi che magari provengono da situazioni gravi. Mi occupo anche di cani da ricerca di persone scomparse. Quest’anno sono solo al dodicesimo anno di lavoro nel settore cinofilo.

Quanto tempo ti è servito per riuscire ad entrare in questo lavoro?

La formazione è continua. Sicuramente ci sono dei corsi base, che durano un paio di anni, ma poi bisogna continuamente formarsi e aggiornarsi. Anche noi istruttori seguiamo tanti corsi di aggiornamento e cerchiamo di migliorarci per poter fornire sempre più competenze.

Hai sempre voluto lavorare in questo settore?

È sempre stato il mio sogno fin da bambino. Diciamo che ho sempre avuto il pallino degli animali e soprattutto dei cani. Da una passione è poi diventato un lavoro, quindi.

La particolarità è che tu ti occupi principalmente di cani aggressivi e difficili, questa è una cosa che non si vede tutti i giorni e immagino non sia una cosa semplice…

No, non è assolutamente un lavoro semplice. È un lavoro complesso e che richiede la collaborazione su più fronti. In primis quella del proprietario, o chi ha in cura un animale, e poi di tutto il nostro staff di veterinari e collaboratori. Dietro, quindi, c’è un lavoro a 360 gradi.

Che cosa rende un cane aggressivo? C’è una causa oppure è nella natura del cane?

Ci possono essere una minima parte di componenti genetiche, e quindi magari una selezione sbagliata da parte di un allevatore o di chi ha gestito la cucciolata. Ma il grosso della questione è da ricercare a livello prettamente gestionale. Gran parte del nostro lavoro viene fatto sul proprietario, perché l’animale in sé ci risponde abbastanza bene. Sono i proprietari che devono cambiare di comunicare con il cane. Spesso e volentieri è infatti visto più come un bambino che come un cane. Per molti dei soggetti che vengono a finire nelle nostre mani si è parlato eventualmente di eutanasia, trattamenti farmacologici oppure l’isolamento in canile. Il nostro obiettivo è dare una seconda chance al cane: ridare a lui e al proprietario la possibilità di tornare a vivere una vita serena.

Avete tenuto a Verona nei giorni scorsi un corso proprio su quest’argomento. Che cos’avete spiegato?

Sabato mattina abbiamo riservato al corso una parte teorica. Quest’ultima è molto importante perché un proprietario deve avere delle conoscenze di base teoriche. Ci siamo poi spostati in campo nel pomeriggio di sabato e poi anche domenica. Qui abbiamo lavorato con i singoli soggetti. Alcuni di essi presentavano aggressività verso le persone, ma la stragrande maggior parte dei proprietari aveva problemi di gestione del cane in presenza di altri cani. È andato tutto bene, si è creato un bel gruppo affiatato e ripeteremo l’esperienza a febbraio.

Guarda l’intervista:


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