Sara Pigozzo, dall’antropologia al documentario

Scritto da il 24 Novembre 2021

Dagli studi in antropologia visuale all’estero alla svolta documentaristica. La storia di Sara Pigozzo, come le storie migliori, non è lineare e la passione per la cinepresa è nata come conseguenza degli studi intrapresi. Accanto a lei c’è Enrico, marito e a sua volta documentarista, con il quale ha dato il via, tra le altre cose, a una collaborazione con il comune di Verona per avvicinare i ragazzi al mondo del cinema.

Sara, come sei arrivata al mondo dei documentari?

Io parto come formazione come antropologa e poi come documentarista. L’antropologia si interessa alle relazioni umane e da lì mi sono appassionata anche alla fotografia e ho visto che esisteva l’antropologia visuale cioè che combinava la disciplina dell’antropologia e la fotografia o il cinema, a seconda di che strada intraprendere, e da lì ho scoperto che esisteva una laurea specifica in antropologia visuale che è qualcosa di molto specifico e molto particolare che però in Italia si declina nel cinema documentario. Io ho studiato a Londra appunto antropologia. Quando sono tornata poi in Italia ho deciso che era il percorso che avrei voluto seguire: il mio sogno era  diventare una documentarista quindi avere a che fare con le persone reali.

Perchè sei tornata in Italia?

È una domanda che mi faccio anch’io tutti i giorni e me lo chiedono in tanti perché una volta che si studia all’estero il percorso naturale sarebbe trovarsi un lavoro all’estero perché ovviamente ci sono molte più possibilità di qua, non si può negare. E però ho voluto fare un tentativo perché comunque si sa che l’Italia insomma è il mio Paese e volevo costruire qualcosa qui, l’idea era quella. Poi ovviamente si fa molta più fatica, non ci sono tutte le possibilità che ci sono all’estero soprattutto economiche. E però un tentativo andava fatto e ora a distanza ormai di otto anni devo dire che sono contenta di questa scelta perché comunque in Italia ci sono tante possibilità culturali e sociali, economiche meno, però ci si ingegna.

È stato difficile approcciarsi al genere documentario?

No, la cosa più difficile è proprio il lato economico nel senso che da formazione come antropologa, avere a che fare con le persone era un percorso molto naturale, molto semplice. In un certo senso però allo stesso tempo è qualcosa che ti stupisce sempre quindi non è un percorso lineare, nel senso che magari ti aspetti determinate cose dalle persone che incontri sia come antropologa sia come documentarista. Ma poi le cose cambiano e il film che avevi pensato non è quello che poi esce. Perché l’idea che ti fai prima si evolve e cambia, la realtà è mutevole, ti scappa sempre da tutte le parti e non la puoi ingabbiare. È questo anche il fascino.

Adesso tu ed Enrico state collaborando con il comune di Verona per un progetto con i giovani, giusto? Di cosa si tratta?

L’obiettivo è avvicinare i giovani ma anche chi non ha nessuna esperienza di cinema e di filmmaking. La cosa importante era la motivazione che spinge questi ragazzi a voler raccontare qualcosa, volersi raccontare e mettersi in gioco. E lo faremo attraverso la realizzazione di alcuni cortometraggi e seguiremo questi ragazzi nella realizzazione di questi cortometraggi. Il tema quest’anno sono i beni comuni. Fra un paio di settimane iniziamo con i primi incontri e si concluderà a fine gennaio, poi ci saranno delle proiezioni pubbliche.

Guarda l’intervista:


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